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Il Museo Diocesano: un viaggio indietro nel tempo
(più di mille anni di storia dell'arte)
29/01/2009
Il viaggio può iniziare da lontano partendo dalla sala Lamboglia, la prima che incontriamo sul nostro cammino; la lancetta del tempo si sposta di molto all’indietro, i reperti più antichi qui conservati sono infatti stati eseguiti nell’V-VI secolo d. C.
Ci troviamo nella sala archeologica del Museo dove si possono ammirare alcuni dei reperti rinvenuti nel corso dei lavori di scavo e restauro della Cattedrale (1948-67); come i frammenti di Pluteo (sec. VIII) decorato a girali vegetali e le lastre con iscrizioni tardo romane.
Provengono invece dal vicino battistero la tomba ad arcosolio, formata da lastre di età longobarda, la lunetta traforata e una transenna decorata ad intreccio, quest’ultima databile intorno al V-VI secolo.
La stanza stessa è molto antica e conserva tracce della fase gotica del palazzo; il bel soffitto con volte a crociera, le antiche porte (ora murate) a sesto acuto e la colonna di origine tardo romana riadattata in periodo medievale ed inserita come appoggio alle volte.
Continuando il nostro viaggio incontriamo la Sala delle Ceramiche e facciamo un salto in avanti nel tempo, spostandoci tra il secolo XIV e il secolo XVI.
La sala deve il suo nome alle ceramiche di età rinascimentale custodite nelle sue vetrine; si tratta di una selezione del materiale portato alla luce durante lo scavo della Cattedrale, ed è esplicativo dei diversi tipi di ceramica utilizzata in città in quel periodo e dei commerci con altre località; possiamo infatti ammirare, oltre a manufatti in ceramica blu di Albissola, frammenti provenienti dalla Toscana e dal Nord Italia.
Caratteristico è in particolare un frammento di ciotola con la raffigurazione di una colomba proveniente dal nord Italia.
Nella sala si possono inoltre ammirare alcune opere realizzate tra il Quattrocento ed il Cinquecento, pervenuteci solo in parte ma ancora in grado di restituirci l’idea dell’antico splendore; come la tavola a fondo oro punzonato raffigurante la Madonna con Gesù bambino o i due scomparti laterali con Santi Eligio e Ampelio, frammenti di un trittico attribuito a Luca Baudo, pittore originario di Novara ma attivo a Genova negli anni a cavallo tra i due secoli, la cui parte centrale è stata identificata con la Natività conservata al Museo Poldi Pezzoli di Milano.
La successiva Sala delle Verzure, ci trasporta in un ambiente di metà Quattrocento; la stanza era la camera da letto del vescovo e possiamo ancora ammirare gran parte degli affreschi originali. Si tratta di una rarissima decorazione a trompe-l’oeil, con tappezzerie e tendaggi arabescati a finti arazzi, ricca di fiori, piante ed animali, che riprende la decorazione Trecentesca del Palazzo dei Papi ad Avignone.
La presenza dello scudo vescovile di Napoleone Fieschi (a bande bianche e blu) suggerisce una data compresa tra il 1459 e il ’66.
Coevo agli affreschi è il soffitto ligneo riportato all’antico splendore nel corso dei restauri al palazzo (1947-’76).
Sono qui conservate, insieme ad altre opere, le teste reliquiario di San Calocero e San Verano, la Madonna con Gesù Bambino proveniente da S. Maria in Fontibus, la Crocifissione Gambarana di R. De Rossi dove è visibile sullo sfondo la città di Albenga nel ‘500.
La Cappella – Quest’ambiente, che corrisponde all’antica torre duecentesca, trasformata dai restauri quattrocenteschi in cappella privata del vescovo, conserva come la sala precedente parte degli affreschi originali. Entrambi gli ambienti sono attribuiti alla bottega del “Maestro di Lucéram”, attivo a metà Quattrocento tra Liguria, Nizzardo e Piemonte occidentale.
Al centro del soffitto possiamo ammirare la chiave di volta con l’ Agnus Dei, sulle vele i quattro Evangelisti e i Dottori della Chiesa, sulle pareti, nelle lunette le Storie della Vergine mentre nel registro inferiore le Sibille, andate però quasi tutte perdute. Sono invece arrivati fino a noi in buone condizioni gli affreschi del piccolo altarino a muro, raffiguranti la Vergine in trono con il Bambino e ai lati l’Arcangelo Michele, con la spada e la bilancia e San Giovanni Battista.
Nella lunetta con L’Adorazione dei Magi, sullo sfondo, possiamo osservare una veduta quattrocentesca di Albenga, ancora interamente racchiusa dalle mura.
Particolare attenzione merita il Cristo ligneo quattrocentesco, appartenente alla tipologia dei crocifissi di confraternita.
Il Salone degli stemmi ci trasporta nel Cinquecento, è il risultato degli aggiornamenti rinascimentali dei vescovi Carlo Cicada e Luca Fieschi; i loro nomi ricorrono sul camino e sulle incorniciature di porte e finestre.
La sala deve il suo nome agli emblemi di tutti i vescovi della Diocesi, che corrono sul bordo superiore delle pareti .
Qui troviamo una ricca collezione di dipinti; i più antichi, su tavola, documentano l’espressione locale del gusto tardogotico mentre quelle che li circondano sono tele eseguite dai maggiori maestri del Seicento genovese, come Orazio de Ferrari e Fiasella.
Fiore all’occhiello della collezione sono il Martirio di Santa Caterina d’Alessandria (1606) di Guido Reni e il Miracolo di San Verano (c. 1615) di Giovanni Lanfranco. Entrambi i quadri furono commissionati da Ottavio Costa insieme probabilmente al San Giovanni battista in passato attribuito a Caravaggio.
La sala degli Arazzi conserva il ciclo con Storie dell’infanzia di Mosè, pregevole esempio di manifattura di Bruxelles della fine del Cinquecento. Nella stessa sala troviamo una coppia di entrefenétre del XVII secolo, di manifattura di Audenarde, raffiguranti una scena di caccia e una scena d’incontro.
I sei arazzi vennero introdotti nel palazzo da un vescovo genovese, Carlo Maria de Fornari (1715-30).
La sala rossa è l’ultima tappa del viaggio nel palazzo e ci trasporta nel XVIII secolo, per l’esattezza nel 1775, anno di esecuzione del prezioso damasco rosso che tappezza la sala, la data è riportata sul tessuto della parete sinistra.
Questa era la sala delle udienze ed è ancora visibile il seggio del vescovo ed alcune poltrone coeve alla tappezzeria, come le due consolles e il Cristo Crocifisso in legno, avorio ed argento.
Di fine Settecento è anche la statua raffigurante la Madonna con Gesù Bambino assisa su nubi, mirabile opera di scuola genovese e la statua processionale dell’Arcangelo Michele (1793).
Termina qui il viaggio attraverso il tempo nell’antico palazzo- museo, dove è possibile ammirare più di mille anni di storia dell’arte nella Diocesi di Albenga-Imperia.
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